Il Calcio resta al verde, stop a Fondo e a sponsor del gioco

Il Calcio resta al verde, stop a Fondo e a sponsor del gioco

  • Il Governo stoppa un ordine del giorno per istituire il Fondo Salva Calcio
  • A lanciare l’idea è stata la FIGC nel pacchetto di proposte presentate un mese fa all’Esecutivo
  • In ballo c’era anche la proposta di consentire – almeno temporaneamente – le sponsorizzazioni da parte dal gaming. Ma qui i 5Stelle fanno muro

 

Cade la proposta di creare un Fondo Salva Calcio con un prelievo straordinario delle scommesse, o quantomeno è stata accantonata per il momento. Nel corso dei lavori sul DL Cura Italia, la Camera dei Deputati ha infatti respinto l’ordine del giorno presentato dall’onorevole Alberto Ribolla. Il parlamentare leghista chiedeva al Governo, tra le altre cose, di “prevedere un apposito Fondo Salva Calcio a sostegno del calcio nazionale professionistico e dilettantistico, ove far confluire la quota dell’1% sul totale della raccolta da scommesse relative a eventi sportivi di ogni genere, anche in formato virtuale, effettuate in qualsiasi modo e su qualsiasi mezzo, sia online, sia tramite canali tradizionali”. Ora, contando che le scommesse raggiungono complessivamente circa 15 miliardi di euro in termini di raccolta, la tassa garantirebbe allo sport 150 milioni di euro ogni anno.

 

L’idea parte dalla FIGC

Il Fondo Salva Calcio è una delle idee messe in campo per sostenere il mondo del calcio, anch’esso pesantemente colpito dall’emergenza coronavirus. A lanciare l’idea inizialmente era stata nientemeno che Gabriele Gravina, presidente della FIGC, ispirandosi al cosiddetto diritto di scommessa, il modello che la Francia ha adottato fin da quando ha aperto il mercato nel 2009, anche in quel caso la quota del tributo è dell’1%. Da allora, molti altri Paesi hanno pensato di adottare modelli simili, solo nell’ultimo periodo ne stanno discutendo diversi Stati USA. Il principio è abbastanza semplice: dal momento che i bookmaker guadagnano soldi utilizzando lo spettacolo che offrono le competizioni sportive e le performance degli atleti, allora devono versare una quota dei propri utili a chi organizza quello spettacolo. Alla fine dei conti, il principio è molto simile a quello dei diritti che si pagano per sfruttare a fini commerciali l’immagine di un attore o di un cantante, o – per rimanere in tema di sport – dei diritti televisivi. La FIGC ha incluso la proposta nel pacchetto di soluzioni presentate al Governo a fine marzo e, una volta diventata di pubblico dominio, si è aperto il dibattito.

 

Il mondo del gioco dice no

Il mondo del gaming ovviamente non l’ha gradita molto. “La Legge di Bilancio prevede già che il settore dei giochi contribuisca al finanziamento del Coni sin dal 2004 e di Sport e Salute dal 2019. Sarebbe una vessazione ulteriore per un mondo già duramente colpito dalla crisi” ha detto ad esempio Moreno Marasco, presidente dell’associazione LOGiCO che riunisce gli operatori online. Qui le norme si sono stratificate nel tempo, dal 2011 il MEF determinava ogni anno le somme – attorno ai 400 milioni – per finanziare il Coni prelevandole dal gettito che ogni anno ricavava dal settore dei giochi. Nel 2019, appunto, la Sport e Salute Spa ha soppiantato la Coni Servizi – la società che gestiva i beni del Coni e promuoveva la realizzazione degli impianti sportivi – e riceve la maggior parte di quelle risorse.

 

Ma c’è anche chi sostiene che se si introducesse una tassa specifica sulle sole scommesse, si potrebbe penalizzare il mercato italiano e determinare un effetto contrario. Gli operatori infatti sarebbero costretti a scaricare il peso della tassa sui giocatori, il che vuol dire che dovrebbero offrire quote più basse. Una fetta dei giocatori a quel punto si sentirebbe incoraggiata a trasferirsi sui siti illegali. Gli operatori italiani rinuncerebbero quindi a una fetta di mercato, e questo non comporterebbe solamente in un calo del gettito ordinario. Ne risentirebbe anche il Fondo Salva Calcio che non raggiungerebbe i livelli sperati.

 

Valerie Peano dell’EGLA – l’associazione europea degli avvocati specializzati nel settore del gioco – ha invece smontato la soluzione dalla base, spiegando che non c’è alcun principio giuridico che sostenga questo contributo. Al contrario, anzi, alla fine dei conti le istituzioni comunitarie hanno scartato questa soluzione appena un anno fa. All’epoca però si discuteva però di diritti televisivi.  “La direttiva UE 2019/790 sul diritto d’autore e diritti connessi non prevede alcun riferimento al diritto d’autore in favore degli organizzatori delle competizioni sportive” ha spiegato Peano sulle pagine del Corriere dello Sport. “Anzi, le Istituzioni europee hanno respinto una proposta di emendamento sostenuta dall’associazione di riferimento SROC pur volta a tutelare le organizzazioni da illecite riproduzioni audiovisive attraverso la Rete”. La Sports Rights Owner Coalition – l’associazione che riunisce una cinquantina di soggetti tra Fifa, Uefa, leghe calcistiche nazionali e associazioni del tennis – aveva infatti sostenuto un emendamento che riconosceva anche agli organizzatori degli eventi dei poteri di intervento maggiori. L’intento in quel caso era soprattutto di colpire chi trasmetteva abusivamente le partite, e di conseguenza di tutelare il valore economico dei diritti televisivi. La norma avrebbe consentito alle associazioni sportive di intervenire in prima persona per contrastare gli episodi di pirateria, invece di attendere che si muovessero le piattaforme televisive. Sembrava tuttavia attribuire un potere eccessivo alle associazioni sportive – l’eurodeputata tedesca Julia Reda (Verdi, Alleanza Libera Europa) ha sostenuto che avrebbero potuto colpire anche il semplice appassionato che riprendeva un goal con il telefonino – e alla fine il Parlamento Europeo bocciò l’emendamento.

 

Tutto questo per dire che se le istituzioni comunitarie ritengono che le federazioni sportive non abbiano un potere incondizionato nel caso dei diritti televisivi, allora queste ultime non possono nemmeno avanzare pretese sul diritto di scommessa

 

Non c’è nessuna norma che sostiene il diritto di scommessa nemmeno nell’ordinamento italiano. A iniziare dalla Legge Melandri che disciplina i diritti televisivi. C’è un unico riferimento al settore dei giochi e delle scommesse, la legge prevede che questi diritti comprendano anche “l’utilizzazione delle immagini dell’evento per finalità promozionali e pubblicitarie di prodotti e servizi, nonché per finalità di abbinamento delle immagini dell’evento a giochi e scommesse e per lo svolgimento delle relative attività”. Insomma, si tratta di semplici operazioni promozionali, e “La norma non prevede alcun diritto alla scommessa, tale da giustificare una percentuale delle scommesse sportive” a favore degli organizzatori, spiega ancora Peano. Ora, c’è da dire che la legge Melandri è del 2008, e che il mondo dello sport ha chiesto più volte di modificarla, anche se sempre riferendosi alla questione dei diritti televisivi.

 

La moratoria sul divieto di pubblicità e le altre soluzioni in campo

Ma, al di là del fatto che questa forma di finanziamento poggi o meno su di una solida base giuridica, resta il fatto che è già una realtà in diversi ordinamenti. C’è la possibilità che il Governo, anche se per il momento ha scartato l’ipotesi, possa poi tornare sui suoi passi. Ma bisogna anche ammettere che di norma gli ordini del giorno rappresentano un impegno piuttosto blando: nella maggior parte dei casi si usa una formula di rito – “si impegna il Governo a valutare l’opportunità di…” – di modo che non ci sono particolari conseguenze se il Governo valuta negativamente quella soluzione, o non la valuta affatto. Ora, che il Governo non abbia voluto assumersi – almeno per ora – un simile compito, lascia ben sperare.

 

Al momento però sembra sia stata accantonata anche un’altra soluzione, quella di cancellare, o almeno sospendere per due anni, la norma che impedisce ai club di farsi sponsorizzare dagli operatori dei giochi. La stessa FIGC ne aveva parlato, e sembrava sul punto di inserirla nel pacchetto di proposte da presentare al Governo. Anche perché questa misura garantirebbe allo sport fino a 200 milioni di euro l’anno. Per i singoli club, a quanto pare, il divieto di pubblicità del gioco è ferita ancora aperta, la A.S. Roma pubblica proprio in questi giorni la Relazione Finanziaria del secondo semestre 2019, e posta ricavi per 94,6 milioni di euro, il 30% in meno rispetto a un anno prima (134,8 milioni). E spiega che la colpa in parte è anche del divieto di pubblicità: “Nel mese di luglio 2019 è stato risolto il contratto con Betway” che era l’Exclusive Training Kit Partner del Club: il logo del bookmaker  appariva ad esempio sul materiale tecnico che la prima squadra utilizza durante gli allenamenti, e compariva sui LED dello Stadio Olimpico, e sui canali digital del club. Il mondo del gaming da parte sua aspettava con ansia, ma da quanto trapela i 5Stelle si sono opposti fermamente. Ci sono però altre ipotesi in ballo, come un credito di imposta sulle sponsorizzazioni, la riduzione dell’IVA sui biglietti, o la possibilità per le società sportive di spalmare su 10 anni le perdite causate dal coronavirus. Ognuna ha dei punti di forza e delle debolezze, ma la soluzione – almeno per lo sport – potrebbe arrivare da qui.

Il gioco è vietato ai minori e può causare dipendenza patologica - probabilità di vincita

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