Calcio, per ripartire serve la pubblicità delle scommesse

Calcio, per ripartire serve la pubblicità delle scommesse

Legislazione
  • Il calcio ha bisogno di risorse per fronteggiare la crisi innescata dal coronavirus
  • A breve presenterà un pacchetto di proposte al Coni e al Ministro dello Sport Spadafora
  • E pensa di abolire il divieto di sponsorizzazione da parte delle società di betting che ha penalizzato pesantemente i club italiani, senza assicurare una vera tutela per i giocatori patologici

 

Il mondo del calcio scende in campo e chiede apertamente di cancellare il divieto di pubblicità sul gioco; l’emergenza coronavirus, il rinvio di tutte le partite a data da destinarsi, se non la cancellazione dei campionati interi, stanno infatti innescando una pericolosa crisi economica, e i club rischiano di trovarsi con le casse vuote. È necessario insomma trovare altre risorse economiche.

 

FIGC, Serie A, Lega di B e Lega Pro – che già nei gironi scorsi si sono confrontati in videoconferenza per discutere le diverse problematiche che sono emerse in queste settimane – intendono definire domani, venerdì 27, un documento da sottoporre poi al CONI e al Ministro per lo Sport Vincenzo Spadafora. Le questioni da risolvere sono tante, ma la principale riguarda i campionati: bisogna decidere se portare a termine i campionati e in che modo, o se terminare qui la stagione, e ricominciare direttamente a settembre con quello 2020-21. E – al di là dei titoli, delle promozioni e delle retrocessioni – c’è appunto l’aspetto economico da considerare. La sola Serie A ha già fatto i conti, e la chiusura anticipata del campionato – tra mancati incassi ai botteghini, perdita dei diritti televisivi e merchandising – comporterebbe una perdita economica di 720 milioni di euro.

 

Chiaramente la decisione sarebbe molto più facile se si permettesse ai club di reperire risorse in altro modo. Di qui l’idea di cancellare la norma che vieta alle società del betting di sponsorizzare i club, misura che oltretutto il calcio non ha mai gradito. Il divieto è stato introdotto nel 2018 con il decreto Dignità ed è pienamente operativo da questo campionato, secondo le stime le squadre nostrane hanno dovuto rinunciare a sponsorizzazioni per 150-200 milioni di euro. Viene da pensare che i nuovi sponsor non abbiano colmato il buco, che probabilmente non siano stati generosi come le compagnie di betting, visto che la proposta di cancellare il divieto è stata inserita fin dalle prime bozze delle richieste.

 

Ora, la proposta circola da qualche giorno, e chiaramente i detrattori del gioco stanno protestando a gran voce. Uno per tutti è Stefano Vaccari, ex senatore PD, adesso nella Direzione Nazionale del Partito, che chiede di ritirare la proposta bollandola come “vergognosa”: “Ne va della dignità del gioco più bello del mondo”. E quindi commenta: “oggi speculare sulla vita di un Paese che sta vivendo una situazione di emergenza e crisi non è dignitoso e non ha alcun senso se non quello del profitto fine a sé stesso. Tanti club di serie A si sono messi a disposizione delle strutture sanitarie del Paese oppure dei propri tifosi più bisognosi, attraverso donazioni e sostegno. La Lega calcio prenda esempio e si metta a disposizione del Paese anziché chiedere ciò che non può dare né oggi né domani. E lo faccia ora. Perché ora è il momento del bisogno”.

 

Ma ci sono anche tante voci a favore. Tanto per citarne uno, Franco Arturi pubblica un lungo editoriale sulla Gazzetta dello Sport: “Il primo errore, come spesso avviene, deriva dall’ignoranza: confondere la scommessa col gioco d’azzardo” attacca. E quindi spiega che i giochi di azzardo sono quelli basati interamente sul caso, sull’alea, mentre le scommesse sono dei giochi di abilità, e richiedono delle doti particolari che non tutti hanno. E prende posizione anche Giovanni Malagò che non usa mezzi termini: “Siamo in emergenza, le risorse non potranno esserci per tutto e per tutti, dunque bisogna pensare a qualcosa di alternativo. Anziché chiedere soldi, ritengo logico avanzare richieste su quanto non si era riusciti finora ad ottenere: mi riferisco per esempio alla ripresa del marketing con le agenzie di scommesse”. Insomma, se si legalizzassero nuovamente le sponsorizzazioni delle imprese del betting, si eviterebbe di chiedere risorse all’Erario, risorse che probabilmente in questa fase potrebbero essere impiegate su altri fronti. Ma il presidente del CONI sottolinea che ci sono anche altre ragioni, prima fra tutte il fatto che il divieto abbia compromesso la competitività delle squadre italiane, avvantaggiando di converso quelle straniere. “Mi ero dichiarato da subito contrario. Era una forma di indebolimento per i club e per gli impianti, a cui le grandi compagnie di scommesse non potevano dare il nome, soprattutto quando in tutta Europa tutti gli altri lo potevano fare. Vedevi Juventus-Real Madrid, o Napoli-Barcellona, o Milan-Bayern Monaco: i nostri dovevano cancellare le scritte sulle maglie, quando sui rulli dello stadio o sulle maglie degli avversari gli stessi nomi comparivano in maniera molto chiara”.

 

Malagò ha pienamente ragione, le squadre italiane sono state penalizzate, senza tutelare realmente i giocatori patologici. I brand sulle maglie – delle squadre straniere – infatti si vedono comunque. Un esempio è recentissimo, i match degli ottavi di Champions tra Valencia e Atalanta. Il Valencia ha come jersey sponsor un bookmaker internazionale e – dato che l’andata è stata disputata a Bergamo – si è dovuta conformare alla normativa italiana. Di conseguenza ha lasciato in Spagna la maglia abitale e ne ha sfoggiata una completamente bianca. Il match di ritorno lo ha giocato in casa, e qui – sotto il profilo della pubblicità – la storia è stata completamente diversa. In Italia, la partita è stata seguitissima: l’hanno vista oltre 4,5 milioni di spettatori (per uno share del 15,2%), sia perché si sapeva sarebbe stato uno scontro spettacolare, sia perché è stata trasmessa in chiaro da Canale5 in prima serata. In questo caso il Valencia ha indossato la divisa canonica, quindi quei 4,5 milioni di spettatori hanno visto a più riprese il logo “maledetto”. Basta guardare degli highlights di Sky, già nei primi secondi con l’ingresso in campo dei giocatori il brand si vede ovunque.

 

Ma poi, non serve aspettare una determinata partita di Champions, con le TV satellitari gli appassionati di calcio italiani possono seguire tutti i campionati stranieri che vogliono, e quindi quei brand si vedono regolarmente. Probabilmente non raggiungono tutti, ma comunque si tratta di una platea di spettatori piuttosto ampia. Con l’ulteriore aggravante che quei bookmaker, nella maggior parte dei casi, hanno concessione italiana, e di conseguenza gli scommettitori italiani li riconoscono immediatamente. Il che vuol dire che quelle compagnie si fanno pubblicità anche da noi, ma senza sponsorizzare i club italiani.

Gioel Rigido