Dopo Italia e Spagna anche l’UK vuole limitare la pubblicità

Dopo Italia e Spagna anche l’UK vuole limitare la pubblicità

Notizie dal mondo
  • Il Governo sembra favorevole a vietare quantomeno le sponsorizzazioni di maglia
  • La metà dei club di Premier ha una partnership con dei bookmaker che spesso non operano nel Regno Unito
  • Per le squadre si potrebbe aprire una voragine da 110 milioni di sterline l’anno
  • Per colmarlo di pensa a un prelievo sulle scommesse 

 

Anche la Gran Bretagna sta pensando di vietare la pubblicità del gioco, anche se le limitazioni dovrebbero essere più soft di quelle adottate dall’Italia e dalla Spagna. Il Bel Paese ha imposto un blocco totale nel 2018, la Penisola Iberica invece ha varato pochi mesi fa un pacchetto di restrizioni piuttosto severe, ad esempio ha confinato gli spot dei giochi nella fascia oraria tra l’1 e le 5 di notte. Nel Regno Unito in realtà il dibattito va avanti da diverso tempo, e occorre comunque riflettere sul fatto che i maggiori mercati europei ritengano necessario porre un freno alla pubblicità.

 

Per la Gran Bretagna comunque per ora si parla solamente del blocco delle sponsorizzazioni di maglia, se ci si fermasse a questo i calciatori inglesi non potrebbero più sfoggiare sul petto o sulle maniche il logo di un bookmaker. Poi in realtà la maggior parte dei club inglesi ha altri tipi di contratti di sponsorizzazione con le compagnie di scommesse, ma forse queste partnership non finiranno nel mirino del Governo, almeno non per il momento. Già così comunque i bilanci dei club subirebbero un duro contraccolpo: secondo le stime solo tra Premier e Football League Championship, i team inglesi sarebbero costretti a rinunciare a 110 milioni di sterline l’anno.

 

Occorre sottolineare fin da subito che al momento si tratta solamente di un’ipotesi, ma secondo il Telegraph – che cita fonti vicine a Downing Street – “i vertici del Governo sono determinati a portare avanti al riforma”. E l’occasione buona sarebbe la revisione della regolamentazione del gioco che l’Esecutivo intende varare entro l’autunno.

 

Ora, chi spinge per il divieto di sponsorizzazioni afferma che due terzi dei cittadini inglesi sono fortemente d’accordo, e cita delle prove evidenti che dimostrano come la pubblicità del gioco influisca sulla diffusione delle ludopatie. Riconosce però che con la pandemia da Covid e la crisi economica che lo segue non siamo certo nel periodo migliore per adottare una simile misura. Anche le squadre inglesi ne hanno pesantemente risentito, lo stop alle sponsorizzazioni insomma potrebbe avere ripercussioni molto più dure di quanto si possa pensare. Che è un po’ quello che va dicendo da diversi mesi la EFL: anche la lega di seconda divisione è sostanzialmente d’accordo sulla proposta di porre un freno, ma chiede al Governo di non adottare misure così drastiche come quelle che hanno adottato altri Paesi.

 

Il calcio inglese è probabilmente quello che ha maggiori legami con il mondo delle scommesse, grossomodo la metà delle squadre di Premier sfoggia sulla maglia il logo di un bookmaker. Si tratta in realtà di un mercato decisamente complesso visto che il campionato è seguitissimo anche nel resto del mondo. Come ha spiegato la GLMS in un report pubblicato la scorsa estate, infatti, ci sono anche alcuni team che vengono sponsorizzati da dei bookmaker asiatici. Si tratta di compagnie che non hanno alcun legame con la Gran Bretagna, qui non raccolgono nemmeno una scommessa, e quindi gli scommettitori inglesi non le conoscono. E in realtà non potrebbero nemmeno andarle a cercare, visto che molto spesso i loghi sono in ideogrammi. Le sponsorizzazioni insomma sono rivolte esclusivamente ai clienti asiatici, è in questi mercati che i bookie sfruttano la fama dei club.

 

In ogni caso, le squadre di calcio non rinunceranno facilmente a questi accordi, visto che i bookmaker arrivano a pagare anche il doppio di un altro sponsor, e un contratto di questo genere può fruttare una decina di milioni di sterline a stagione. Non è un caso che le sei squadre più forti e più ricche della Premier non abbiano sponsor di scommesse, per le altre invece – e sono le dirette interessate a ammetterlo – questi contratti sono indispensabili per essere competitive.

 

In realtà il Governo inglese sta pensando anche a questo aspetto, e per ora l’ipotesi più accreditata è di introdurre un prelevo straordinario sulle scommesse. Sulla scia del diritto di scommessa adottato – fin da quando il mercato venne aperto nel 2010 – dalla Francia; forse però l’esempio che si avvicina di più è la Tassa Salva Sport che l’Italia ha introdotto la scorsa primavera: alla fine lo stop alle sponsorizzazioni era entrato in vigore poco tempo prima, e il prelievo serve a garantire al mondo dello sport delle risorse aggiuntive (i contratti di sponsorizzazione persi però non c’entrano, il calo di introiti è stato causato dal Covid). Per i club sportivi alla fine cambierebbe poco: i soldi comunque arriverebbero dalle scommesse, ma non dovrebbero sfoggiare i loghi dei bookmaker, e anzi potrebbero stringere altri contratti di sponsorizzazione, anche se se meno remunerativi.

 

Per il mondo delle scommesse invece la differenza è abissale: se si guarda a quello che succede in Italia, gli operatori non hanno mai smesso di chiedere che lo stop alla pubblicità venga cancellato, o quantomeno attenuato. La concorrenza è stata fortemente limitata e alcuni bookmaker internazionali che hanno acquisito la concessione italiana solo con gli ultimi bandi non hanno poi iniziato a raccogliere scommesse, perché non sapevano come informare gli utenti del fatto che erano arrivati nel mercato. Ma poi c’è anche chi ha pensato di dribblare il divieto, creando ad esempio dei siti di informazione – con un nome molto simile a quello su cui raccolgono scommesse – e pubblicizzando quello. I bookmaker non si sono inventati nulla, è la stessa strategia che hanno adottato i colossi del tabacco – con le linee di abbigliamento e le regate nautiche – quando è stata vietata la pubblicità delle sigarette. Insomma, gli escamotage si trovano, e forse – se venissero messi alle corde – anche i bookmaker inglesi cercherebbero delle alternative.

Gioel Rigido