Anche il Regno Unito chiede un giro di vite sulla pubblicità

Anche il Regno Unito chiede un giro di vite sulla pubblicità

  1. Un gruppo trasversale di parlamentari propone una serie di interventi per limitare gli effetti nocivi del gioco
  2. Tra le varie proposte c’è anche un giro di vite sulla pubblicità, sulla base del modello spagnolo
  3. Gambling Commission e Advertising Association bocciano però la proposta

 

Anche i politici inglesi pensano a un divieto totale della pubblicità basata sul modello italiano, o quantomeno su quello spagnolo; anche se poi la Gambling Commission e l’Advertising Association cercano di stroncare sul nascere l’ipotesi. A lanciare la proposta è stata la Gambling Related Harm All Party Parliamentary Group, gruppo di lavoro che riunisce – a prescindere dal colore politico – i membri della due Camere che si battono per una maggiore consapevolezza sui rischi legati al gioco d’azzardo. In realtà al momento il gruppo non è molto nutrito: i componenti sono appena 10, anche se poi sono tutti blasonati: ci sono infatti un presidente, un tesoriere, un segretario, e sette vicepresidenti. Il collettivo – che sul proprio sito sottolinea di non essere in alcun modo proibizionista – ha condotto nei mesi scorsi una ricerca sul mercato inglese dei giochi, e oltre al giro di vite sulla pubblicità, ha avanzato una trentina di raccomandazioni.

 

La Gambling Commission? Completamente inadeguata al compito

Si va dal limite di puntata di 2 sterline per le slot online, alla revisione di tutti i limiti di puntata, vincita e deposito, passando per il divieto di qualunque programma VIP, e per una tassa a carico degli operatori per finanziare la ricerca, fino a una revisione totale della normativa sul gioco. E il tutto viene accompagnato da una forte critica all’ente regolatore, la Gambling Commission, che viene descritta come “non adeguata al compito”. Il Gruppo ad esempio sottolinea che secondo la Gambling Commission in Gran Bretagna ci sarebbero appena 395mila giocatori patologici, mentre quelli a rischio sarebbero 1,8 milioni. “Secondo una ricerca della GamblingAware, i numeri sarebbero ben più alti”. L’associazione impegnata nel contrasto al gioco patologico stima un 3% della popolazione adulta a rischio, e un altro 3% che ha sviluppato una vera e propria dipendenza, a conti fatto in totale sarebbero tra i 2,6 e i 2,8 milioni di persone. “Viste le dimensioni che ha raggiunto il fenomeno” afferma ancora il gruppo trasversale, “siamo perfettamente d’accordo con chi sostiene che sarebbe necessario affrontarlo come un problema di salute pubblica”.

 

La Gambling Commission respinge al mittente le critiche, bollandole come “totalmente infondate”. E ricorda alcune delle iniziative adottare recentemente – come il divieto di usare le carte dei credito, o i gruppi di lavoro con gli operatori del settore – proprio per ridurre gli effetti negativi del gioco. “Stiamo rendendo il gioco più sicuro, e negli ultimi due anni abbiamo ulteriormente rafforzato le misure per tutelare i giocatori“. E per quanto riguarda il marketing, “recentemente abbiamo collaborato con le compagnie di settore per rendere le norme sulla pubblicità più rigide, e nei prossimi giorni apriremo una consultazione sui programmi VIP”.

 

La pubblicità per i politici è troppa, per gli operatori economici si è dimezzata

Sulla questione della pubblicità, però, il Gruppo parte della dimensioni del mercato: gli operatori investono 747 milioni di sterline per le pubblicità dirette, versano 301 milioni ai siti degli affiliati, e altri 149 milioni sui social media. Dal 2014 gli investimenti sono cresciuti del 56%, e attualmente circa l’80% viene investito per finanziare le campagne sui canali online. “Nonostante nel corso del lockdown siano state adottate alcune restrizioni, continuiamo a venir bombardati con spot televisivi, cartelloni sui campi di calcio, o loghi sulle maglie degli atleti, e perfino direttamente con delle mail o dei pop-up che si aprono sugli schermi dei nostri PC” denuncia ancora il collettivo.

 

Il Gruppo chiede quindi di adottare un divieto totale della pubblicità del gioco, o quantomeno un modello simile a quello spagnolo. Nella Penisola Iberica, il ministro per la tutela dei consumatori Alberto Garzón a febbraio ha annunciato un pacchetto di misure che avrebbe messo la bando circa l’80% delle pubblicità effettuate. Ad esempio non vengono vietati del tutto gli spot televisivi, ma possono essere trasmessi solo dall’1 di notte alle 5 del mattino, o nel corso di eventi sportivi solo a partire dalle 8 di sera. Ai bookmaker poi viene ancora consentito di sponsorizzare le squadre di calcio, ma non possono più fare pubblicità sui tabelloni a bordo campo, o acquisire i diritti per la denominazione degli stadi.

 

 

“Simili restrizioni al momento non sono necessarie, e potrebbero produrre degli effetti indesiderato sul mercato”, ribatte immediatamente la Advertising Association, associazione che riunisce inserzionisti, agenzie, media, e centri studi, referendosi in particolare ai contraccolpi che potrebbe accusare lo sport in prima battuta, ma poi anche gli utenti. In effetti, i parlamentari nel report sottolineano che le sponsorizzazioni effettuate da operatori del gambling nell’ultima stagione hanno raggiunto un valore complessivo di 349,1 milioni di sterline, oltre il 10% in più di quella precedente. Ma poi lamentano che “Metà dei club che giocano in Premier League hanno sulla maglia lo sponsor di una compagnia di gioco”. E sottolineano anche che nel corso del Match of the Day – in buona sostanza il “90° Minuto” inglese, trasmesso dalla BBC – i loghi dei bookmaker appaiono per circa il 70% del tempo. In alcune partite, poi, sono state contate fino a 920 inquadrature in cui quei loghi erano visibili, “una ogni 10 secondi”. I loghi dei bookmaker inoltre finiscono poi anche nei videogiochi, che riproducono fedelmente le maglie delle squadre: “è il caso del videogame online della Fifa, a cui possono giocare anche dei minorenni e delle persone vulnerabili. E questo vuol dire che quei soggetti vengono incitati a giocare ogni giorno”.

 

L’Advertising Association replica però che il giro di vite sulle sponsorizzazioni si ripercuoterebbe sul mercato dei diritti televisivi, e questo alla fine penalizzerebbe anche milioni di telespettatori che al momento possono vedere delle partite o delle sintesi sui canali generalisti. E ancora, “Chiediamo agli operatori dei giochi e alle loro agenzie pubblicitarie di rispettare i rigidi standard fissati dalla Advertising Standards Authority e dalla Gambling Commission” sottolinea l’amministratore Stephen Woodford. “Queste regole impongono chiaramente di agire in modo responsabile, e di rispettare i minori e i soggetti più vulnerabili”.

 

E sui minori in particolare c’è un braccio di ferro sulle cifre. Il gruppo trasversale cita una statistica della Gambling Commission, e ricorda che nel 2018 il 33% dei ragazzi tra gli 11 e i 16 anni ha visto pubblicità del gioco almeno una volta a settimana, il 60% ha visto pubblicità sui social media e il 12% seguiva su questi canali le attività degli operatori del settore. L’ASA – che ogni anno esegue un monitoraggio – sostiene che i livelli di esposizione alle pubblicità del gioco per i minori siano tornati alle medie di una dozzina di anni fa. In sostanza vedrebbero 2,5 spot a settimana, nel 2008 erano 2,2, nel 2009 2,7; il che vuol dire che le pubblicità del gioco sono il 2% di quelle che in totale guardano i minori, un calo sostanziale rispetto al picco del 4,4% raggiunto nel 2013.

Il gioco è vietato ai minori e può causare dipendenza patologica - probabilità di vincita

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