Vola il betting USA ma il nero vale ancora il 90% del mercato

Vola il betting USA ma il nero vale ancora il 90% del mercato

  • Dopo la sentenza della Corte Suprema del 2018, ogni Stato ha adottato una propria normativa
  • La legalizzazione del mercato ha assestato un duro colpo al mercato illegale, che però in alcuni ambiti continua a crescere
  • Gli scommettitori però sembrano confusi, e uno studio rivela che molto spesso non sanno riconoscere un operatore legale da uno irregolare

 

L’apertura del mercato delle scommesse negli Stati Uniti sta dando dei risultati nel contrasto al gioco illegale, ma gli americani sembrano ancora molto confusi e molto spesso non sanno distinguere un operatore autorizzato da uno irregolare. È quanto mette in evidenza una ricerca condotta dall’istituto di ricerca Heart + Mind Strategies per conto dell’American Gaming Association su un campione di 3.451 americani con almeno 21 anni.

 

Il report mette in evidenza dei risultati decisamente contrastanti, da un lato c’è un 74% del campione che dice che è importante piazzare puntate solo con operatori autorizzati, dall’altro c’è un 52% che ammette di aver scommesso con dei bookmaker illegali. Il 55% poi è convinto di servirsi prevalentemente di bookmaker legali, e l’84% ci resta male quando scopre che in realtà ha foraggiato il mercato nero.

 

Dal monopolio alle scommesse tollerate nei casinò tribali

C’è da dire che il processo di apertura ha seguito un andamento piuttosto insolito. Tutto parte da una legge – il PASPA – con cui il Governo federale nel 1992 ha vietato le scommesse sportive. Quattro Stati però – Delaware, Montana, Nevada e Oregon – avevano già adottato una regolamentazione, e quindi vennero esentato dal divieto, anche se poi solo il Nevada aveva dato vita a un mercato vero e proprio. Nel maggio 2018 la Corte Suprema ha abolito la legge federale, affermando che il Governo federale non aveva il potere di intervenire. A quel punto ogni Stato USA si è mosso autonomamente e ha adottato una regolamentazione e un modello a sé stanti.

 

C’è così chi ha mantenuto il divieto, e chi ha adottato una regolamentazione addirittura prima che la Corte Suprema si pronunciasse, per non farsi trovare impreparato. E ancora, c’è chi si sta muovendo adesso. Il bilancio al momento è di 18 Stati che hanno adottato una normativa, ma poi sono solo 13 quelli in cui effettivamente si può piazzare una scommessa. E c’è anche qualche caso border, come il New Mexico che ha adottato sì una normativa ma non ha ancora aperto il mercato. Chi va in alcuni casinò tribali – come il Santa Ana Star Casino e il Mescalero Apache Tribe – può però scommettere tranquillamente perché le tribù che li gestiscono hanno un po’ forzato i benefici riconosciuti ai nativi americani.

 

La maggior parte degli Stati ha adottato un sistema di licenze e le ha assegnate ai casinò che già erano aperti, di solito si possono piazzare le scommesse sia nelle agenzie aperte all’interno delle case da gioco, sia online. I casinò però hanno stretto delle partnership con i colossi internazionali del settore che hanno messo a disposizione tutto il proprio bagaglio di conoscenze. Delaware e Rhode Island invece hanno un sistema decisamente particolare: sempre chiedendo aiuto ai colossi delle scommesse, hanno creato dei totalizzatori centrali e li hanno affidati alle rispettive Lotterie di Stato. Il che vuol dire che le Lotterie operano in monopolio.

 

Il mercato cresce, ma vale ancora un decimo del sommerso

Nonostante il mercato USA sia un vero e proprio mosaico, sembra andare a gonfie vele. Dalla sentenza della Corte Suprema, ha generato ricavi per 1,55 miliardi di dollari e ha portato nelle casse dei vari Stati oltre 215 milioni di dollari. Non si può parlare di due anni pieni di attività, visto non solo che il numero di giurisdizioni che hanno aperto le “frontiere” si è allargato progressivamente, ma anche che gli ultimi mesi – come in qualunque altra parte del mondo – hanno risentito dell’emergenza legata al Covid-19. Volendo comunque azzardare un confronto tra i vari Stati, il tasta c’è il Nevada con poltre 580 milioni di ricavi, seguito a stretto giro dal New Jersey – che poco prima che scattasse l’emergenza sanitaria aveva registrato dati record – con oltre 502 milioni. Terza, ma molto più giù, la Pennsylvania (183 milioni circa).

 

Il mercato legale è in espansione, insomma, ma ancora non ha assorbito tutto il mercato nero. Anche perché, sempre l’AGA, prima della sentenza della Corte Suprema, stimava che sommerso raggiungesse la cifra da capogiro di 150 miliardi di dollari. Senza dubbio faceva riferimento non ai ricavi, ma alla raccolta, e attualmente siamo forse a un decimo di quel valore. Il report della Heart + Mind Strategies assicura comunque che il sommerso ha risentito della legalizzazione, ma anche in questo caso i dati sono altalenanti. Negli Stati che hanno adottato una regolamentazione, c’è stato un netto contraccolpo per gli allibratori illegali che operano su suolo USA: i loro ricavi sono crollati del 25%. Per gli operatori offshore, però, è andata in maniera decisamente diversa: in questo caso i ricavi sono in crescita, del 3%. Negli Stati dove invece le scommesse non sono ancora legali, lo scenario è ben peggiore: gli allibratori hanno registrato una battuta d’arresto tutto sommato marginale (il 3% in meno), mentre l’online illegale è cresciuto addirittura del 24%.

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