Se il parental control paralizza anche il mercato del gioco

Se il parental control paralizza anche il mercato del gioco

  • Con il decreto Giustizia diventa legge una norma nata per impedire ai minori di accedere a siti porno
  • La norma però mette a rischio anche altri settori, anche quello del gioco potrebbe essere bloccato
  • Le compagnie telefoniche sul piede di guerra per i problemi tecnici che la norma crea

 

Il Senato non ci ha messo molto a approvare un emendamento che rende obbligatorie le app di parental control, ma adesso che il Decreto Giustizia che lo contiene è stato legge convertito in legge, quella norma rischia di danneggiare seriamente una serie di di settori, tra cui anche quello del gioco online. Anzi, in questo caso, potrebbe penalizzare il mercato legale, e favorire quello illegale. Il bello è che quando quella norma è stata discussa, nessuno ha mai pensato a nessuno di quei settori, né tanto meno al gioco: l’intento era tutto un altro, si voleva semplicemente impedire ai minori di accedere a immagini e filmati porno su internet. Ma chi ha scritto quell’emendamento ha usato una formulazione così ampia – quella di “contenuti inappropriati” – che dentro ci potrebbe ricadere qualunque cosa.

 

Nessuna legge italiana stabilisce cosa sia un contenuto inappropriato e cosa no; e neppure l’emendamento lo fa, o affida a qualche amministrazione o autorità l’arduo compito di tracciare il confine. Siamo portati allora a includere in quella definizione ciò che tutti intendiamo per un contenuto inappropriato a un minore, ma a quel punto rischiamo di andare bloccare anche altri immagini, video, ma anche testi che nulla hanno a che vedere con la pornografia. Anche un articolo di cronaca, se riporta degli avvenimenti cruenti come un omicidio o una violenza, potrebbe rientrare in quella definizione, soprattutto perché si parla genericamente di minori, quindi ci sono anche i bambini più piccoli. E, tornando al gioco, viene da pensare che molto probabilmente sarà uno dei contenuti bloccati, visto che per legge è vietato ai minori.

 

La grana più grande è per le compagnie telefoniche

In realtà, per come è formulato, l’emendamento sembra affidare il compito di decidere cosa sia un contenuto inappropriato alle compagnie che forniscono la connessione a internet, quindi a dei soggetti privati che perseguono obiettivi commerciali. La questione non è che non ne abbiano le competenze o le qualità morali per farlo, è semplicemente che “È un lavoro che spetta ai genitori, non a noi” ammette per primo Dino Bortolotto, presidente di Assoprovider, l’associazione che riunisce gli operatori di piccole e medie dimensioni.

 

L’emendamento dice solo che queste compagnie devono creare i filtri e inserirli – in maniera del tutto gratuita – tra i contenuti attivati automaticamente nel servizio. Poi, nel caso, gli utenti che non ne hanno bisogno o non li vogliono potranno chiedere di disattivarli. In sostanza la norma vorrebbe rendere obbligatorie quelle app di parental control che già vengono offerte da diverse compagnie di software, o che magari sono già istallate sui televisori. Solo che in questo caso le app dovrebbero lavorare non sullo smartphone o sul Pc che naviga, ma direttamente alla fonte, per così dire sul flusso dei dati. E questo solleva tutta una serie di problemi tecnici che al momento sembrano non avere alcuna soluzione. E che rischiano di far lievitare a dismisura i costi di questi operatori.

 

Troppi problemi tecnici che non è facile risolvere

“La lista dei siti da bloccare dovrebbe essere aggiornata di continuo” ci spiega ancora Bortolotto. Questo implica un lavoro costante per offrire un servizio completamente gratuito. Ma poi c’è il fatto che i parental control che si trovano oggi sul mercato – e che hanno ispirato la norma – funzionano in maniera diversa: “Sono App che lavorano solo con un determinato device, non esiste la app universale. Ce ne sono alcune che lavorano solo e esclusivamente con Android, e quelle che lo fanno con iOS” osserva ancora il presidente di Assoprovider. In sostanza, quindi, l’internet provider dovrebbe sapere in anticipo quali e quanti device usa il cliente, ma se questo compra un nuovo smartphone, l’app potrebbe non funzionare. “Ma ci sono anche dei device che usano sistemi operativi diversi, che facciamo, li vietiamo?”

 

E poi c’è anche il problema che queste app – semplificando molto il discorso – non leggono tutti i contenuti che riceve il device e quindi non sono in grado di filtrare ciò che è veramente pornografico da quello che non lo è. Semplicemente, lavorano sui domini, e oscurano tutto quello che c’è su un sito – quindi se parliamo di pornografia, anche gli eventuali contenuti che nulla hanno a che fare con questa – e lasciano passare tutti gli altri siti. Di conseguenza, l’utente potrà comunque raggiungere dei siti che l’app non classifica come pornografici. E se un contenuto vietato viene condiviso altrove, magari su un social network o su un forum, “non sarà possibile filtrarlo, a meno che non si oscuri l’intero social network” osserva ancora Bortolotto.

 

Per Assoprovider, tuttavia, la preoccupazione maggiore riguarda le conseguenze della norma. La compagnia che non adotta i filtri, o ne adotta di inefficaci, non viene sanzionata, ma l’Agcom può intimarle di rimborsare all’utente il prezzo del servizio. Ora, l’emendamento prevede che l’app venga fornita gratuitamente, quindi il costo del servizio sembra essere quello della fornitura, la bolletta del telefono, insomma. “L’utente potrebbe utilizzare la connessione a internet per anni, e poi chiedere al provider di rimborsargli di tutto quello che ha pagato, dicendo che i filtri non funzionavano” denuncia il presidente dell’associazione.

 

La maggioranza all’inizio dice Sì

Il Governo con ogni probabilità sul momento non se ne è accorto, e non ha bloccato l’emendamento nonostante lo avesse presentato il senatore Simone Pillon della Lega, quindi dell’opposizione. E nemmeno ha provato a riformularlo, anzi in prima lettura al Senato lo ha sostenuto dandogli parere favorevole, a quel punto lo hanno votato tutti e l’emendamento è entrato a far parte del decreto. Alla Camera invece Governo e maggioranza sembrano essersi resi conto dei problemi che avrebbe comportato quella norma, ma era impossibile correre ai ripari, non c’era infatti più tempo per modificare nuovamente il testo e rispedirlo in Senato per una terza lettura. L’unica soluzione a quel punto è stata quindi si approvare un ordine del giorno che però, come ammette la prima firmataria, l’on. Enza Bruno Bossio del PD, “Non modifica la norma in sé”. Con l’odg si è potuto giusto chiedere “al Governo di intervenire, di modo che la norma non sia immediatamente esecutiva”. Una delle questioni fondamentali è proprio che, così com’è formulata, la norma sembra immediatamente esecutiva. Di conseguenza i fornitori di tecnologia dovrebbero adottare i filtri già da subito. Anzi, li dovrebbero già aver adottati.

 

Le soluzioni che suggerisce l’odg sono due: fare in modo che i filtri non vengano attivati di default, ma solo se lo chiede il titolare del contratto; e affidare all’Agcom il compito di varare delle specifiche tecniche per capire come applicare la norma. “La norma crea una confusione normativa tale che rischia di peggiorare la situazione, invece di migliorarla” commenta ancora la deputata PD. Senza contare che “incarica i fornitori di decidere cosa sia un contenuto inappropriato a un minore e cosa non lo sia, e di conseguenza affida loro un compito che spetterebbe ai genitori” concorda anche lei.

 

“Quella norma non è immediatamente esecutiva” replica Franco Mirabelli, anche lui del PD, sostenendo in pratica quella norma – almeno nell’immediato – non ha effetti se nessuna autorità interviene a darle attuazione. Mirabelli è stato il relatore al DL Giustizia quando era al Senato, e quindi ha dato il via libera a quella norma. E anche sulla portata sminuisce: “Assicura una maggiore tutela ai minori, e estende anche al web gli strumenti del parental control che vengono usati ad esempio dalle emittenti televisive. Inoltre, esistono già diverse APP che consentono di filtrare i contenuti inappropriati di internet”.

 

Ora – è una considerazione personale – viene da pensare che il Governo e la maggioranza abbiano avuto paura delle conseguenze. Alla fine avrebbero dovuto bloccare una norma che ha un obiettivo del tutto condivisibile – proteggere i minori – per delle ragioni tecniche non proprio semplici da spiegare. Alla fine chi avesse voluto fare polemica, avrebbe detto semplicemente che per il Governo i bambini possono vedere i film porno, e qualunque cosa avesse cercato di ribattere il Governo sarebbe passata in secondo piano.

 

Per il gioco, rischia di diventare un regalo al mercato illegale

Ma torniamo al punto di partenza, cosa potrebbe succedere nel caso del gioco. In questo settore, da anni c’è una battaglia serratissima tra gli operatori legali e quelli senza concessione che riescono a raccogliere gioco in Italia operando da qualche altro Paese, magari dall’altra parte del mondo. I primi chiaramente non adotterebbero alcuno stratagemma per evitare il parental control, anche perché si tratta di rispettare una norma italiana. Attenzione però: il filtro però bloccherebbe chiunque, non solo i figli, ma anche i genitori. E questi per giocare dovrebbero chiedere che venga disattivato, a quel punto magari rinunciando anche alla sorveglianza sulla pornografia.

 

E gli illegali? “Se uno che vuole ri-trasmettere abusivamente lo streaming di una partita viene bloccato, non fa altro che cambiare in continuazione il dominio. Per aprirne uno nuovo sito ci vogliono pochi minuti” risponde Bortolotto. Che detta così ricorda da vicino quello che succede con la black-list, la lista nera che l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli aggiorna ormai da una quindicina di anni cercando di bloccare proprio il mercato illegale. Alcuni operatori però per aggirare l’oscuramento non fanno altro che cambiare dominio di volta in volta. Con i siti legali bloccati dal parental control – anche per i genitori – chi volesse giocare verrebbe incoraggiato a rivolgersi al mercato illegale.

Il gioco è vietato ai minori e può causare dipendenza patologica - probabilità di vincita

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