Salvasport, dietrofront del Tar e l’exchange paga in proprio

Salvasport, dietrofront del Tar e l’exchange paga in proprio

Legislazione
  • Il Tar Lazio boccia le richieste di sospendere il pagamento della tassa
  • Il Parlamento invece ha respinto gli emendamenti che provavano a risolvere le criticità del meccanismo
  • Nel caso del betting exchange, la tassa grava sui giocatori, ma gli operatori per il momento hanno deciso di pagare di tasca propria
  • E finora non hanno rivisto nemmeno l’aggio

 

Si complica il quadro della tassa salva sport, certamente i tempi si fanno molto più lunghi, adesso che i ricorsi al Tar e al Consiglio di Stato sembrano giunti a una fase di stallo, e che gli emendamenti presentati in questi mesi sono stati tutti respinti. La tassa è quella introdotta dal decreto Rilancio la scorsa primavera: per trovare delle risorse con cui sostenere il mondo dello sport il Governo ha deciso di aggiungere un’addizionale dello 0,5% sulla raccolta delle scommesse. I bookmaker però hanno subito iniziato a protestare, anche perché il meccanismo non è per niente ben oleato.

 

Il mondo politico se ne era reso conto, e ha cercato di correre ai ripari presentando una serie di emendamenti che però sono stati infatti scartati. È stato bocciato anche quello al decreto Ristori che cercava di risolvere il problema del betting exchange, nonostante secondo le indiscrezioni che circolano il Governo fosse fondamentalmente d’accordo. A presentarlo però era stato un senatore del PD, Gianni Pittela, non il Governo in prima persona, e questo fa credere che l’Esecutivo volesse lasciare libertà di scelta al Senato. Che alla fine ha detto no. Alla Camera, alcuni deputati hanno presentato degli emendamenti analoghi in occasione della Legge di Bilancio, ma anche in questo caso non è andata bene. I bookmaker comunque non sembravano credere molto in una soluzione politica, anche perché da tempo hanno presentato una serie di ricorsi al Tar Lazio. Dopo un primo – provvisorio – successo, però, i giudici hanno cambiato orientamento e hanno congelato anche quelli. Intanto, il 10 dicembre è scaduta la prima rata e, secondo le stime, gli operatori hanno staccato un assegno da 19 milioni di euro. Nel caso del betting exchange poi, la tassa gravava formalmente sugli utenti, ma gli operatori sembra abbiano preferito pagare di tasca propria.

 

Ogni tipo di scommessa aveva dei motivi per lamentarsi

Ogni operatore di fronte ai giudici ha cercato di far valere le proprie ragioni. Per gli operatori delle scommesse sportive c’è prima di tutto un problema di sostenibilità: hanno già fronteggiato un aumento del prelievo a inizio 2019; l’aggiunta del Salva Sport ora si trasforma in una vera e propria batosta, soprattutto per la rete a terra. “Nel caso delle scommesse tradizionali, in particolare, gli operatori confidavano che il giudice tenesse in considerazione anche un altro fattore, ovvero il fatto che la chiusura della rete fisica sta aggravando notevolmente la posizione del settore” sottolinea a SlotJava Moreno Marasco, presidente dell’associazione LOGiCO.

 

Per le ippiche e il betting exchange ci sono invece una serie di incongruenze. La norma del decreto faceva riferimento sia alle scommesse a terra sia a quelle online, ma menzionava esplicitamente le sole sportive. L’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, quando a settembre ha varato un decreto attuativo, ha inserito – di propria iniziativa – anche le ippiche.

 

Inoltre, ha provato a rimediare al problema che si era creato sul betting exchange: per questa formula di scommessa, sono direttamente i giocatori a scambiarsi le puntate – uno la piazza e l’altro l’accetta – mentre l’operatore si limita a mettere a disposizione la piattaforma tecnologica. E quindi percepisce un semplice aggio: visto che non rischia in prima persona, si tratta di una percentuale molto contenuta. Di conseguenza se fosse la compagnia a pagare la tassa, sborserebbe più soldi di quanti ne ricava. Piazza Mastai ha così deciso di addossare direttamente la tassa sui giocatori, o meglio sul giocatore che vince la scommessa.

 

Di qui i ricorsi al Tar Lazio, diversi operatori hanno impugnato la misura, anche se bisogna dire che non tutti sono scesi in campo, e quelli che lo hanno fatto in genere si sono mossi da soli. A livello di associazioni, poi, è intervenuta la sola FederIppodromi per difendere le scommesse ippiche. I Presidenti delle Sezioni in un primo momento hanno sospeso il pagamento della rata, ma poi lo stop non è stato confermato dall’intero Collegio. Ora, va ricordato che si tratta solo di una prima fase del procedimento: “Non è pregiudicato il ricorso in sé, ma solo la domanda sospensiva” come ricorda ancora Marasco. Ci sarà quindi una seconda udienza, quella di merito, che il Tar ha fissato a aprile. “Peraltro, bisogna sottolineare che se il Tar avesse confermato la sospensiva, la pronuncia avrebbe avuto effetto solo nei confronti delle concessionarie che hanno intentato il ricorso, e non di tutto il settore”. I tempi però inevitabilmente si allungano.

 

Per il Tar si tassa la ricchezza del giocatore

Comunque, anche se ciascuna scommessa aveva i suoi problemi, il Tar ha fornito più o meno la stessa motivazione: alla fine i bookmaker subiscono solamente un danno economico, se poi vinceranno il ricorso, basterà risarcirli. Per il betting exchange ha però sottolineato un altro aspetto, ovvero il fatto che alla fine il soggetto paga la tassa alla fine non è l’operatore: “L’imposta in sostanza viene descritta come un tributo relativo alla manifestazione di ricchezza che i giocatori esprimono nel momento in cui effettuano la puntata”. Ci sono però tutta una serie di questioni pratiche che il giudice non ha considerato, a iniziare dal fatto che “Il giocatore non sa effettivamente quanto paga con la tassa, lo scoprirà solo alla fine visto che il prelievo si applica sui movimenti netti. Il giocatore che ha piazzato più scommesse, scoprirà quanto dovrà pagare solamente quando si conclude la partita. Di certo non può sapere a priori quale parte della sua raccolta genererà delle vincite”.

 

E a complicare il calcolo, c’è il fatto che la tassa si paga ogni quattro mesi, e per calcolare l’importo vengono considerate le sole puntate vinte – o meglio i mercati in attivo – mentre quelli in passivo non vengono decurtati. La maggior parte degli utenti piazzerà svariate scommesse, alcuni chiuderanno il quadrimestre in attivo, altri no. Questi ultimi non solo perderanno i soldi che aveva depositato sul conto di gioco, ma poi saranno anche tenuti a pagare la tassa sulle vincite che hanno centrato. Senza contare che molti giocatori fanno scalping, ovvero piazzano una serie di puntate su eventi diversi che magari hanno un esito quasi scontato e di conseguenza quote basse, ma messi tutti insieme assicurano un guadagno. Se perdono una o due scommesse però rischiano di azzerare le vincite che ottengono delle altre.

 

Gli operatori per ora ci hanno messo una pezza

Il meccanismo della tassa insomma “fa sì che non sia più conveniente giocare con il betting exchange. Mette fuori mercato questo prodotto” osserva ancora Marasco, “anche perché forse i concessionari non hanno ancora implementato l’addebito diretto. Probabilmente confidavano nel fatto che il Tar avrebbe sospeso”. Per il momento Betfair e Betflag ci hanno messo una toppa, colmando il buco di tasca propria. Ne è certo Giulio Giorgetti che gestisce il sito di informazione bettingexchange.it: “Di sicuro non è stato fatto il prelievo forzoso sui giocatori. La prima rata l’hanno pagata gli operatori al posto degli utenti” spiega a SlotJava. Almeno per il momento questo dovrebbe aver scongiurato il rischio di una fuga di massa verso le piattaforme estere, ma “ogni giorno che passa, il gioco legale rischia di rimanere pesantemente penalizzato a favore dei siti illegali”. Per ora non sembra nemmeno che gli operatori abbiano aumentato l’aggio per ammortizzare il peso del prelievo, e questo rende la situazione insostenibile nel lungo termine: ” è come se un dipendente in busta paga guadagna 1000 euro, ma poi quando ritira lo stipendio a fine mese deve pagarne 3.000 di tasse. Inconcepibile”, osserva ancora Giorgetti. Per questo confida venga varata quanto prima una norma analoga all’emendamento Pittella, altrimenti “l’unica soluzione per i bookmaker è sospendere il servizio, bloccare il betting exchange fino a che non sarà corretta la legge”.

 

In ogni caso, comunque, Betfair e Betflag non si sono dati per vinti e hanno intentato l’appello per chiedere ancora una volta di sospendere il pagamento. Anche in questo caso però non è andata bene, almeno non per il momento. Finora c’è solo il decreto del Presidente che appunto respinge la richiesta di sospendere, poi ci sarà una nuova udienza di fronte all’intero Collegio e si terrà il 14 gennaio.

Gioel Rigido