Trento blocca le slot preesistenti, chiudono 2 sale su 3

Trento blocca le slot preesistenti, chiudono 2 sale su 3

Notizie ITA
  • Il Consiglio Provinciale di Trento boccia la proroga sul distanziometro, con la Lega che ignora le richieste di un suo Sottosegretario di Stato
  • E’ la prima Amministrazione che prende una simile decisione
  • Da agosto scorso anche le sale slot preesistenti sono tenute a rispettare le distanze
  • Difficilmente riusciranno a trasferirsi altrove, viste le caratteristiche del territorio. Ne spariranno due su tre
  • Saltano anche 200 posti di lavoro

 

La Provincia Autonoma di Trento diventa la prima regione d’Italia a togliere le slot, o meglio a toglierle quasi tutte, sopravvivranno solo quelle che rispettano il distanziometro. E per la prima volta la tagliola colpisce anche le macchinette che già c’erano quando è entrato in vigore il regime delle distanze.

 

Il Consiglio Provinciale ha discusso un emendamento per concedere una proroga, ma – diversamente da quanto successo in altre Regioni – lo ha bocciato fermamente. Contrari in particolare i consiglieri leghisti, nonostante avessero ricevuto delle richieste precise da parte del sottosegretario di Stato Federico Freni, peraltro del loro stesso partito.

 

Il 12 agosto è scattato il termine per rimuovere anche le slot preesistenti, e visto che ci sono pochi locali dove trasferirle, la maggior parte delle sale ha deciso di chiudere i battenti. Secondo gli operatori ne spariranno due su tre.

 

La tagliola del distanziometro

Il problema si è presentato a più riprese negli ultimi anni, quasi tutte le Regioni di Italia in passato hanno adottato delle leggi per limitare la diffusione delle slot e delle vlt. Per farlo hanno inventato il distanziometro: in sostanza vietano di posizionare le macchine a meno di una certa distanza da scuole, chiese, centri di aggregazione e altri luoghi sensibili.

 

Il divieto prima si applica alle sale che verranno aperte in futuro, poi dopo qualche anno colpisce anche quelle che già c’erano. Questo per consentire di recuperare gli investimenti e di adeguarsi al nuovo regime. Una volta scattato anche questo termine, quindi, le vecchie sale devono scegliere se chiudere i battenti per sempre o trasferirsi altrove.

 

Spostarsi però nella maggior parte dei casi non è affatto facile: la lista dei luoghi sensibili è così lunga che copre praticamente tutte le aree urbane. Di solito restano solo le periferie più estreme e le aree industriali che non hanno un forte appeal commerciale. Senza contare che non sempre ci sono dei locali adatti a ospitare delle sale. A quel punto la maggior parte delle attività è costretta a chiudere, e questo ha anche un forti ricadute sull’occupazione.

 

Si cerca di salvare almeno le sale esistenti

Man mano che si avvicinava il termine per le sale preesistenti, tutte le Regioni hanno accordato delle proroghe. In sostanza hanno consentito loro di restare aperte almeno per un anno o due. È quello che hanno fatto il Lazio solo qualche settimana fa, o il Piemonte l’anno scorso. In questo caso il salvataggio è arrivato addirittura quando il termine era scaduto.

 

Si potrebbe parlare di una decisione di buon senso. Ma poi bisogna anche considerare il riordino del settore del gioco. Il Governo da anni sta lavorando a una legge che dia un nuovo assetto – ma anche che ridimensioni – il mercato. E che allo stesso tempo limiti il potere di intervento delle Regioni. Federico Freni – il sottosegretario che ha la delega sul gioco e che ha portato avanti la riforma fino a quando non si è aperta la crisi di governo – da mesi scrive a tutti i governatori e i consiglieri regionali proprio per chiedere più tempo.

 

In sostanza, spiega che se si riuscirà a varare la legge nazionale, i distanziometri regionali verranno aboliti. Se le Regioni non concedono le proroghe, rischiano di dover tornare indietro in seguito. Nel frattempo, però, faranno chiudere delle sale, danneggeranno gli imprenditori e faranno licenziare dei lavoratori.

 

A Trento stesso copione, ma cambia il finale

Lo stesso dibattito si è aperto anche a Trento, in questo caso però l’esito è stato radicalmente diverso. Quando a fine luglio il Consiglio Provinciale ha avviato l’esame dell’Assestamento alla legge di bilancio, Claudio Cia di Fratelli d’Italia ha presentato l’emendamento per concedere una proroga alle sale preesistenti. La norma è stata bocciata con 19 voti contrari contro gli appena 5 a favore. Altri 5 consiglieri si sono astenuti.

 

In particolare, tutti gli esponenti della Lega hanno votato in blocco per affossare la proroga. Unica eccezione l’assessore al commercio e turismo Roberto Failoni che si è astenuto. I leghisti insomma hanno ignorato la richiesta che proveniva non solo da un membro del Governo, ma anche da un collega di partito. Peraltro, in altre Regioni sono stati proprio gli esponenti della Lega a chiedere la proroga. L’esempio più eclatante è quello del Piemonte.

 

Si salvano solo quindici sale

Oggi quindi non resta che fare il conto dei danni. Come spiega in un’intervista, Giancarlo Alberini, presidente della Delegazione Trentino, nella provincia c’erano circa settanta sale da gioco. Di queste, una quindicina rispettano le distanze, e quindi non vengono colpite dalle limitazioni. Le altre 55 però adesso sono fuori legge, e la maggior parte (circa 40) hanno già interrotto l’attività. Difficile dire quante ne riapriranno, di certo nel Trentino – che è costituito da valli e montagne – le aree adatte si riducono notevolmente.

 

E restano una quindicina di sale che sembrano intenzionate a andare avanti nonostante il divieto. Almeno per ora. Perché la metà ha già subito i controlli e adesso riceverà le sanzioni. In media dovrà versare 1.600 euro per ogni slot che istalla, per alcune si parla di 20mila euro e più. Forti le ripercussioni anche per quanto riguarda l’occupazione, i lavoratori che perderanno il posto sono almeno 200. Questo per quanto riguarda le sole sale, perché poi anche tutto l’indotto che ruota attorno al settore sarà costretto a tagliare gli organici.

Gioel Rigido