La tassa dei 500 milioni arriva anche in Corte di Giustizia

La tassa dei 500 milioni arriva anche in Corte di Giustizia

  • Con il rinvio alla Corte di Giustizia Europea si apre l’ennesimo capitolo della tassa dei 500 milioni
  • Il Governo cercava solo un modo originale di far cassa con il settore delle slot. Da quel momento ha optato per dei sistematici incrementi del Preu
  • Se la sentenza della CGE sarà favorevole, occorrerà capire se potrà andare oltre la mera tassa dei 500 milioni

 

Il settore delle slot si prende una piccola rivincita sulla tassa dei 500 milioni, il Consiglio di Stato infatti ha rimesso la questione alla Corte di Giustizia Europea, anzi ha spedito ai colleghi lussemburghesi una bella gatta da pelare. Con uno dei quesiti chiede infatti se lo Stato possa – con l’unico obiettivo di fare cassa – modificare le condizioni economiche di una concessione già avviata, e la questione potrebbe andare ben al di là della sola tassa dei 500 milioni.

 

La tassa dei 500 milioni è stata introdotta con la Stabilità del 2015, il prelievo straordinario doveva rimanere in vigore per soli tre anni, i concessionari di slot e vlt avevano il compito di pagare l’intera somma, ma poi potevano dividerne il peso con gli altri soggetti della filiera, quindi con gli esercenti che ospitano le macchine nelle sale e nei bar, e soprattutto con i gestori e noleggiatori che le istallano, effettuano la manutenzione e lo “scassettamento”. I concessionari lì per lì il tentativo lo fecero, e inviarono agli altri soggetti dei nuovi contratti per modificare i termini economici degli accordi e ripartire la tassa. Qualcuno sottolineerebbe che questi nuovi contratti non erano molto equilibrati, e che di fatto addossavano tutto il peso della tassa su gestori e esercenti. E che inoltre, caricavano soprattutto le slot e cercavano di salvare le vlt che – visto che la filiera è più corta – sono più redditizie per i concessionari.

 

Ma questo ormai interessa poco, il problema vero è che la tassa era studiata male: a controllare i flussi di economici del business, infatti, sono i gestori: sono loro che – appunto – “scassettano” le macchine, ovvero prelevano i soldi dalle gettoniere e poi pagano il dovuto a concessionari e esercenti. Questo vuol dire che anche se i concessionari erano costretti a pagare l’intera somma, nei fatti quei soldi non li vedevano. Altro problema, era che i concessionari non avevano strumenti per ricondurre i gestori all’ordine: se questi ultimi non firmavano i nuovi accordi, toccava rivolgersi a un giudice civile, che poi – non c’è un orientamento univoco – spesso dava ragione al gestore. Il risultato è che la tassa non è stata pagata per intero nemmeno per il primo anno: le stime sono un po’ datate, ma ai conti mancherebbe ancora qualcosa tra i 150 e i 180 milioni di euro.

 

Comunque gestori, concessionari, esercenti e associazioni di categoria varie si sono rivolti in massa al Tar Lazio cercando di far cadere la tassa e alla fine hanno ottenuto un rinvio alla Corte Costituzionale. Intanto il Governo si è reso conto dei vari problemi e ha provato a correre ai ripari con la Stabilità successiva: ha abrogato la tassa a partire dal 2016 e l’ha sostituita con aumento del Preu. Per il 2015 ha dettato una norma interpretativa, stabilendo che ogni soggetto della filiera avrebbe dovuto partecipare in proporzione ai ricavi incassati. La Corte Costituzionale a quel punto – la sentenza è arrivata nel 2018 – ha ritenuto che il caso fosse risolto: i dubbi erano stati superata con la norma interpretativa e, qualora ne fossero sorti altri, il Tar Lazio avrebbe dovuto sollevare una nuova questione di legittimità. Il giudice amministrativo allora si è uniformato alla decisione e ha semplicemente detto di pagare – nonostante gli operatori abbiano provato a sostenere che la Consulta avesse saltato a piè pari tutta una serie di altre questioni, a iniziare da quella sulla modifica delle condizioni contrattuali.

 

Gli operatori quindi hanno intentato l’appello e in Consiglio di Stato hanno avuto maggior fortuna. I giudici di Palazzo Spada hanno chiesto infatti alla Corte di Giustizia Europea di valutare tutta la questione e di stabilire se sia giusto ridurre il compenso degli operatori degli apparecchi quando quelli dei concessionari degli altri giochi non sono stati minimamente toccati. E sopratutto se uno Stato che, per motivi meramente economici, decurta il compenso stabilito in una concessione firmata anni e anni prima, viola il principio di legittimo affidamento.

 

 

Per il settore è già una prima vittoria. “Speriamo che la Corte di Giustizia europea confermi i dubbi del Consiglio di Stato e rafforzi la superiorità della certezza del diritto, in modo tale da riaffermare l’applicazione del principio di legittimo affidamento anche a tutela delle aziende che operano nel settore del gioco pubblico” ha commentato ad esempio Massimiliano Pucci, Presidente dell’associazione As.tro. Anche lui torna sul legittimo affidamento, e il problema in buona sostanza è che gli operatori siglano delle concessioni con lo Stato, e attuano investimenti e piani economici sulla base dei ricavi che stimano di percepire. Ma poi quelle stime vanno a monte, non perché gli operatori abbiano sbagliato i conti, o perché abbiano sopravvalutato le proprie capacità imprenditoriali, ma semplicemente perché quell’accordo viene modificato in corso d’opera, e i ricavi a quel punto vengono ridimensionati fortemente.

 

 

E la risposta della Corte di Giustizia – che comunque si può prevedere che arriverà nel giro di un paio di anni – potrebbe andare oltre la tassa dei 500 milioni, visto che quel balzello non è l’unico che il Governo ha introdotto per fare cassa. Anzi, slot e vlt sono il salvadanaio cui si attinge ogni volta che ce n’è bisogno. Il prelievo sulle newslot – con la nuova gara del 2012 – venne fissato all’11,8%, un livello più basso per consentire ai concessionari di recuperare in fretta gli investimenti. L’aliquota comunque si sapeva che sarebbe arrivata al 13% nel 2015. A suon di rincari si è arrivati però al 23,85%. Per le Vlt l’aliquota nel 2009 era stata fissata al 2%, anche in quel caso si era partiti da una soglia particolarmente bassa per compensare gli investimenti iniziali. Fin dall’inizio si prevedeva di portare il prelievo al 4% entro il 2013, ma in realtà già quell’anno scattò il primo aumento e si passò immediatamente al 5%. Poi l’aliquota è via via cresciuta fino all’attuale 8%. Ma non è tutto, perché per le slot l’anno prossimo si arriverà al 24%, che è più o meno il doppio del livello di regime previsto al momento della gara; per le Vlt si passerà all’8,6%, e qui siamo a oltre il doppio della soglia di esercizio. Ma gli apparecchi non sono l’unico esempio, per le scommesse qualche mese fa è stata introdotta la tassa salva-sport che rischia di compromettere seriamente i ricavi degli operatori. Nel caso del betting exchange, con i livelli attuali delle commissioni che trattengono i bookmaker, potrebbe addirittura superare i ricavi. In tutti questi casi, insomma, il principio del legittimo affidamento sembra molto in bilico.

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